venerdì 1 febbraio 2008

Articoli -5

Lo rifarei anche oggi, è dentro alla mia anima


(...) Finisco il servizio militare e ritorno ad Adana. A casa mi trattano male. Pensa 45 anni fa. Mi sono nascosta molto ma fino a quando? Ero come una ragazzina. Avevo la vita stretta ed i piedi piccoli. Ero giovane e piena di energia. Non conoscevo le cose. Avevamo un cortile molto grande, dietro al quale c'era un bordello. Sbirciavo gli uomini che andavano là, quando ero piccola. Quando mio fratello mi chiedeva cosa stessi facendo, rispondevo: “Sto guardando le donne”. Volevo vestirmi come le ragazzine, portavano il due pezzi in spiaggia. Erano appena usciti, gli slip di naylon ed i bikini… Io volevo andare via. Dicevo ai miei; “Così vi liberate di me ed io di voi”. Un giorno, non lo dimenticherò mai, stavamo cenando a casa, mio padre disse a mio fratello in Curdo; “Colpisci” e lui mi colpì la testa con un martello. Ero piena di sangue. A casa mia era un delirio, le ragazze del bordello ci guardavano dalle finestre e dai tetti. Quando mi sono stufata dalla violenza sono scappata, i miei lo sapevano(...)


(...) Nel 1980 grazie al colpo di stato Dolapdere è stato chiuso e noi ci siamo spostati in Via Bayram. Lavoravo sempre e molto. Adescavo i clienti, ma intorno a me succedevano troppi casini: i nostri amici venivano picchiati, uccisi, accoltellati. Non si capiva più niente. Alcuni sono stati addirittura uccisi e gettati nel fiume di Kasimpasa (...)


(...) Non riesco a dimenticare tutto quello che ho vissuto nel periodo di Suleyman il Tubo (usare il tubo per picchiare era uno dei metodi di tortura preferiti da questo capo della polizia, per questo egli diventò famoso con questo soprannome). Soprattutto non dimentico la sua crudeltà. Sono stata picchiata molte volte. Sono stata sequestrata varie volte. Ho dormito dappertutto in questura. Una volta entrate non vedevamo il sole per 15-20 giorni. Se eri di Adana per esempio trovavano subito un poliziotto di Adana. Lo provocavano dicendo: “Dicevi che nella vostra città non c'erano questi tipi!” e lui, arrabbiandosi, ti picchiava di più. Ti picchiavano quanto era il numero della targa della tua città. I miei amici mi consigliavano di dire che ero di Bursa, perchè il numero corrispondente è basso. Non ci facevano neppure salire sulle macchine della polizia perchè eravamo peccatori. Andavamo in questura o camminando oppure prendendo un taxi a pagamento. La volante della polizia ci seguiva (...)


(...) Quando c'è stato il colpo di Stato ho sentito Selahattin Cetiner in radio. Egli aveva proibito di esibirsi a tutti gli artisti che avevano un’immagine femminile. Li ha banditi ma non ha dato loro nessun lavoro. Io lavoravo in un osteria e mentre tutti prendevano 10 lire io ne prendevo 5. Lavoravo in nero, ero una prostituta, che vuoi fare? Ho lavorato in nero anche nelle osterie famose: Moulin Rouge, Olimpia, Mulino d'Amore, Osteria Cinese, Osteria di Istanbul, Osteria di Sumer. Sono sul mercato dal ‘68. Se i miei denti non fossero rovinati, mi truccherei un po' e via. Ho visto varie azioni militari ed ho subito le conseguenze delle tradizioni ma non c'è stato niente come l’ultimo colpo di stato. Uscivamo e rientravamo subito dopo a casa. Avevamo un permesso fino alle 24:00. Prendi quello che puoi. Non puoi rubare, vendere eroina. Hai solo una cosa da fare. Non ti affittano una casa così dormi in albergo. Mi ricordo che dormivamo in 20 in una stanza.

Fonte: Kaos Gl


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